Elementi retributivi a febbraio per i dipendenti delle Cooperative Alimentari dell’Emilia Romagna

Con la retribuzione del mese di febbraio, ai dipendenti dei caseifici sociali e cooperativi operanti nella zona di produzione del formaggio Parmigiano Reggiano in Emilia Romagna, spetta un elemento di garanzia economica e un elemento economico transitorio

L’Accordo regionale Emilia-Romagna sottoscritto a luglio 2020, ha previsto una serie di Elementi retributivi di secondo livello, tra cui un nuovo Elemento di Garanzia Economica (EGE) e un nuovo Elemento Economico Transitorio (EET)

ELEMENTO DI GARANZIA ECONOMICA
Per riconoscere ai lavoratori dei caseifici che non raggiungono la percentuale di riuscita minima per la corresponsione dei premi previsti ne citato accordo, viene istituito un elemento di garanzia economica da erogarsi in presenza delle specifiche condizioni produttive ed economiche di seguito riportate. L’elemento è riferito alla produzione 2019-2022.
L’EGE sarà riconosciuto con la busta paga del mese di febbraio (prima erogazione 2021 relativa alla produzione 2019) ai lavoratori in forza ai caseifici che nell’anno di produzione non abbiamo raggiunto la percentuale di riuscita dell’88% a condizione che:
– la percentuale di formaggio sbiancato della produzione oggetto del premio non sia superiore a 2,5;
– il prezzo medio rilevato ai fini del correttivo del premio di risultato sia collocato almeno nella 7.a fascia. Ad esempio per l’EGE da corrispondersi nel 2021, relativo alla produzione 2019, si farà riferimento alla rilevazione media relativa all’anno 2020.
L’importo dell’elemento sarà il seguente

 

Livello

Parametro

Importo

1 A 230 704,50
1 200 631,50
2 165 547,00
3 A 145 498,00
3 130 462,00
4 120 438,00
5 110 413,50
6 100 389,50

ELEMENTO ECONOMICO TRANSITORIO (EET)
Nell’ultimo periodo di vigenza del precedente accordo integrativo vari caseifici hanno introdotto modifiche alle modalità lavorazione; il Consorzio del formaggio parmigiano-reggiano nel corso del 2018 ha quindi disciplinato tali modalità per garantire una sempre maggiore qualità del prodotto.
Per favorire un passaggio ordinato al nuovo sistema, ed evitare penalizzazioni per i lavoratori, viene istituito per il soli anni 2020 e 2021 (produzione 2019 e 2020) un elemento economico transitorio.
L’EET sarà corrisposto con la busta paga del mese di febbraio rispettivamente dell’anno 2021 e 2022 ai lavoratori in forza ai caseifici che nell’anno di produzione individuato al capoverso precedente si trovino in tutte le seguenti condizioni (riferite alle produzioni 2019 e 2020).
A. La riuscita determinata ai sensi del premio di risultato si colloca tra 88,00 e 92,99%
B. La percentuale di formaggio sbiancato della produzione oggetto del premio non sia superiore a 2,5
C. Il prezzo medio rilevato ai fini del correttivo del premio di risultato sia collocato almeno nella 7a fascia (ad esempio premio 2021, produzione 2019, rilevazione media relativa all’anno 2020).
D. Nell’anno precedente a quello relativo alla determinazione del EET hanno avuto un riuscita di almeno il 93,00%
L’EET sarà corrisposto in aggiunta ai premi di risultato nelle seguenti misure.

 

Livello

Parametro

Importo

1 A 230 704,50
1 200 631,50
2 165 547,00
3 A 145 498,00
3 130 462,00
4 120 438,00
5 110 413,50
6 100 389,50

La tutela previdenziale del socio lavoratore autonomo di cooperativa artigiana

Il reddito derivante dallo svolgimento dell’attività lavorativa nella cooperativa artigiana da parte dei soci che stabiliscono un rapporto di lavoro in forma autonoma, è qualificato come reddito assimilato a quello di lavoro dipendente, che va considerato, oltre ad eventuali altri redditi d’impresa, ai fini della determinazione della base imponibile per la quantificazione dell’importo da versare a titolo di contribuzione eccedente il minimale, alla Gestione autonoma degli artigiani (Inps, circolare 17 febbraio 2021, n. 29)

Come noto, è imprenditore artigiano colui che esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare, l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri ed i rischi inerenti alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo (art. 2, L. n. 443/1985). Altresì, è artigiana l’impresa che è costituita ed esercitata in forma di società, anche cooperativa, escluse le società per azioni ed in accomandita per azioni, a condizione che la maggioranza dei soci, ovvero uno nel caso di due soci, svolga in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo e che nell’impresa il lavoro abbia funzione preminente sul capitale (art. 3, co. 2, L. n. 443/1985).
Dunque, l’attività dell’impresa artigiana può pertanto svolgersi in forma sia individuale che collettiva, in forma di cooperativa, di società di persone e di società a responsabilità limitata.
Nel caso di una società cooperativa, il socio lavoratore stabilisce con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali (art. 1, co. 3, L. n. 142/2001). Al riguardo, la connotazione del rapporto giuridico tra la società cooperativa ed il lavoratore artigiano può essere rinvenuta sia nello statuto associativo, nel quale sono individuate le modalità di raggiungimento dell’oggetto sociale dell’attività imprenditoriale a cui le attività dei singoli devono tendere, sia nel contratto tra lavoratore e cooperativa, nel quale specificatamente è indicata la tipologia di rapporto lavorativo instaurato. Peraltro, anche nel Regolamento della cooperativa devono essere riportate le tipologie dei diversi rapporti di lavoro attraverso i quali la cooperativa intende conseguire lo scopo sociale (artt. 1 e 6, L. n. 142/2001). In particolare, devono essere indicate le modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative da parte dei soci, in relazione all’organizzazione aziendale della cooperativa e ai profili professionali dei soci stessi, anche nei casi di tipologie diverse da quella del lavoro subordinato, con richiamo espresso alle normative di legge vigenti per i rapporti di lavoro diversi da quello subordinato.
Ne consegue, quindi, che tra la cooperativa e il socio può essere instaurato anche un rapporto di lavoro autonomo artigiano, dal quale deriva l’iscrizione alla Gestione previdenziale speciale autonoma degli artigiani. In ogni caso, la qualificazione adottata come artigiano nel contratto, in conformità al Regolamento, non può prevalere su quella che deriva dall’osservazione della realtà effettuale, dovendo la previsione negoziale essere sempre convalidata e rispettata anche in fase esecutiva. In altri termini, quanto esplicitato dalle parti nel negozio, deve trovare riscontro nelle modalità di esecuzione in concreto della prestazione lavorativa, in aderenza al principio di effettività del rapporto di lavoro tra socio e cooperativa.
Al fine dell’iscrizione alla Gestione previdenziale speciale autonoma degli artigiani del lavoratore socio della cooperativa, la cui natura artigiana è stata riconosciuta dall’Albo delle imprese artigiane, rileva la presenza delle delibere d’iscrizione alla suddetta Gestione, inviate dall’Albo delle imprese artigiane. Anche nel caso in cui risulti un contenzioso giudiziario in corso e il socio lavoratore non dovesse risultare assicurato per il medesimo rapporto di lavoro dalla società cooperativa nel Fondo pensione lavoratori dipendenti (FPLD) o nella Gestione separata, le Strutture territoriali Inps devono procedere ad aprire una posizione assicurativa in capo ai soci che risultano iscritti all’Albo delle imprese artigiane, nel rispetto dei termini prescrizionali. Nell’ipotesi, invece, di soci lavoratori assicurati per il medesimo rapporto di lavoro dalla società cooperativa nel FPLD o nella Gestione separata, in ragione dell’esigenza di tutelare il legittimo affidamento e preservare l’integrità delle posizioni previdenziali dei lavoratori del settore, i provvedimenti di modifica della Gestione previdenziale degli stessi con il passaggio nella Gestione speciale autonoma degli artigiani, hanno effetto con decorrenza dal 1° marzo 2021.
Il reddito derivante dallo svolgimento dell’attività lavorativa nella cooperativa artigiana da parte dei soci che stabiliscono un rapporto di lavoro in forma autonoma, è qualificato come reddito assimilato a quello di lavoro dipendente (art. 50, D.P.R. n. 917/1986; art. 1, co. 114, L. n. 208/2015), che va considerato, oltre ad eventuali altri redditi d’impresa, ai fini della determinazione della base imponibile per la quantificazione dell’importo da versare a titolo di contribuzione eccedente il minimale (L. n. 233/1990), alla Gestione speciale autonoma degli artigiani.

Agevolazioni per i “neo residenti”: sciolti i dubbi sulla territorialità

Forniti chiarimenti sulle problematiche che possono incontrare gli operatori finanziari residenti in Italia o le organizzazioni italiane di intermediari non residenti, che intendono offrire servizi di investimento e di intermediazione finanziari ai neo-residenti. In particolare sono stati sciolti diversi dubbi riguardo ai criteri di territorialità delle imposte sui redditi, dell’imposta sulle successioni e donazioni e dell’imposta di bollo relative alle attività finanziarie dei nuovi arrivati che hanno optato per il regime speciale di cui all’art. 24-bis del Tuir (Agenzia delle Entrate – risoluzione 18 febbraio 2021, n. 12).

L’art. 24-bis del Tuir stabilisce che le persone fisiche che trasferiscono la propria residenza in Italia possono optare per l’assoggettamento all’imposta sostitutiva dei redditi prodotti all’estero individuati secondo i criteri di cui all’art. 165, co. 2 del medesimo Tuir, a condizione che non siano state fiscalmente residenti in Italia per un tempo almeno pari a nove periodi d’imposta nel corso dei dieci precedenti l’inizio del periodo di validità dell’opzione.

Il comma 2 del cit. art. 165 del Tuir dispone che i redditi si considerano prodotti all’estero sulla base di criteri reciproci a quelli previsti dall’art. 23 per individuare quelli prodotti nel territorio dello Stato.

Come chiarito nella circolare 26 ottobre 1999, n. 207/E, l’art. 23 del Tuir fornisce l’elencazione dei redditi prodotti dai soggetti non residenti che vengono assoggettati a tassazione in Italia.

Con riferimento ai redditi di capitale e ai redditi diversi di natura finanziaria, tale disposizione stabilisce che si considerano prodotti nel territorio dello Stato e, quindi,sono imponibili:

– i redditi di capitale corrisposti dallo Stato, da soggetti residenti o da stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di soggetti non residenti;

– i redditi diversi derivanti da attività svolte nel territorio dello Stato e da beni che si trovano nel territorio stesso, nonché le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazioni in società residenti.

Tuttavia, per espressa previsione normativa contenuta nel cit. art. 23, talune fattispecie di redditi di capitale e di redditi diversi di natura finanziaria sono state escluse da imposizione ancorché siano prodotti nel territorio dello Stato.

Con riferimento ai redditi di capitale, come precisato dal citato documento di prassi, in linea generale, il presupposto di imponibilità deriva innanzitutto dalla circostanza che il reddito sia prodotto nel territorio dello Stato, ossia che l’impiego di capitale da cui derivano i proventi sia effettuato in Italia ed è, altresì, necessario che l’effettiva corresponsione dei proventi stessi provenga dallo Stato, da un soggetto residente o da una stabile organizzazione nel territorio dello Stato di soggetti non residenti. In altre parole, ai fini dell’imponibilità del reddito di capitale, è necessario che la corresponsione si riferisca ad un reddito che rappresenti, per il soggetto residente che lo eroga, l’adempimento del proprio obbligo contrattuale assunto, consistente nella remunerazione delle somme e dei valori ricevuti per l’impiego del capitale. Pertanto, per stabilirne l’imponibilità non è sufficiente che detti proventi siano soltanto materialmente pagati dai suddetti soggetti residenti quando essi svolgono la funzione di meri incaricati al pagamento.

Di contro, i redditi di capitale, corrisposti da Stati esteri o da soggetti non residenti a soggetti che usufruiscono del regime dei neo residenti di cui all’art. 24-bis del Tuir, mantengono la loro natura di redditi di fonte estera. Detti redditi, pertanto, rientrano nell’ambito oggettivo di applicazione dell’imposta sostitutiva non solo nel caso in cui tali redditi siano riscossi all’estero, ma anche nei casi in cui le attività finanziarie estere, da cui gli stessi derivano siano oggetto di:

– un contratto di custodia con intermediari italiani;

– un contratto di gestione, amministrazione e consulenza con intermediari italiani, pur essendo depositate presso un conto estero;

– un contratto di assicurazione sulla vita a contenuto finanziario stipulato con compagnie di assicurazioni estere operanti in Italia in regime di LPS, anche laddove la riscossione dei proventi sia affidata ad intermediari italiani.

In particolare, in relazione a quest’ultima tipologia contrattuale, l’art. 1, co. 2-quinquies, D.L. n. 209/2002 prevede che le imprese di assicurazione estere operanti in regime di libera prestazione di servizi (LPS) sono tenute al versamento dell’imposta sostitutiva dello 0,45% sull’ammontare delle riserve matematiche dei rami vita relative ai contratti di assicurazione stipulate da soggetti residenti in Italia.

Tenuto conto che, come chiarito nella circolare 31 ottobre 2012, n. 41/E, l’obbligo del versamento della imposta sulle riserve matematiche è strettamente collegato alla possibilità di scomputo della somma corrisposta a tale titolo in sede di versamento delle ritenute operate in relazione alle imposte dovute sui rendimenti assicurativi delle polizze stipulati con contraenti residenti in Italia e che nei confronti dei neo residenti non si applica tale ritenuta, in relazione a tali contratti stipulati dalle imprese di assicurazione estere operanti in regime di LPS non è dovuta l’imposta sulle riserve matematiche.

Alla medesima conclusione si deve pervenire con riferimento all’applicazione della imposta sostitutiva (cd. imposta sul valore dei contratti assicurativi) a carico dei soggetti attraverso i quali sono riscossi i redditi derivanti dai contratti di assicurazione esteri e che operano quali sostituti di imposta su incarico del contribuente o della compagnia estera, nel caso in cui la compagnia non si avvalga della facoltà di provvedere agli adempimenti di sostituzione tributaria.

Per quanto riguarda i redditi diversi di natura finanziaria, come chiarito nel cit. circolare n. 207/E del 1999, si considerano prodotti nel territorio dello Stato quelli derivanti da beni che si trovano nel territorio stesso, nonché le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazioni in società residenti.

Pertanto, ai fini dell’applicazione dell’imposta nei confronti di soggetti non residenti sono rilevanti le cessioni di partecipazioni in società residenti (ad eccezione di quelle espressamente escluse dalla norma), a prescindere dalla circostanza che i titoli o i diritti rappresentativi della partecipazione si trovino nel territorio dello Stato.

Per i titoli rappresentativi di una partecipazione in società non residenti, considerato che il termine “beni” deve intendersi riferito anche ai titoli di natura azionaria ed obbligazionaria, ai fini di individuarne il regime impositivo, occorre verificare se gli stessi si trovino o meno nel territorio dello Stato. Pertanto, sono rilevanti, le cessioni di partecipazioni in società non residenti qualora i titoli o i diritti rappresentativi della partecipazione stessa si trovino nel territorio dello Stato.

Relativamente ai titoli non aventi natura partecipativa, la norma non richiede che l’emittente sia un soggetto residente nel territorio dello Stato e, pertanto, sono imponibili le plusvalenze derivanti dalla cessione o rimborso di tali titoli anche se emessi all’estero (ad eccezione delle fattispecie espressamente escluse dalla norma), sempreché la cessione o il rimborso riguardi titoli che si trovano nel territorio dello Stato.

In coerenza con tale inquadramento normativo, i redditi diversi realizzati dai soggetti neo residenti per effetto della cessione di attività finanziarie detenute nel territorio dello Stato siano imponibili in Italia.

Ne deriva, pertanto, che affinché le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazioni in società estere, ovvero di titoli non aventi natura partecipativa, da parte di neo residenti rientrino nell’ambito oggettivo di applicazione dell’imposta sostitutiva di cui all’art. 24-bis del Tuir è necessario che tali attività non siano detenute in un conto di deposito presso un intermediario italiano.

La natura di reddito di fonte estera, invece, non viene meno a seguito di stipula di un contratto:

– di prestazione di servizi con un intermediario italiano avente ad oggetto la gestione individuale del portafoglio, in cui l’intermediario italiano riceve un mandato di gestione discrezionale delle attività finanziarie depositate all’estero;

– di amministrazione delle attività finanziarie (ivi inclusi i contratti di amministrazione senza intestazione da parte di società fiduciarie italiane), dove l’intermediario italiano amministra le attività depositate all’estero eseguendo gli ordini del cliente, senza alcun potere discrezionale; oppure

– di consulenza finanziaria, dove l’intermediario italiano offre un’attività di consulenza finanziaria e di monitoraggio degli investimenti, senza avere alcun potere di movimentare direttamente le attività.

Per quanto riguarda gli obblighi di monitoraggio fiscale di cui all’art. 4, D.L. n. 167/1990, conv., con modif., dalla L. n. 227/1990, il comma 153 della Legge di bilancio 2017 prevede espressamente che i soggetti che esercitano l’opzione di cui all’art. 24-bis, per i periodi d’imposta di validità dell’opzione ivi prevista, non sono tenuti agli obblighi di compilazione del Quadro RW del Modello Redditi.

Pertanto, non essendo prevista una deroga agli obblighi di comunicazione, restano quindi dovute le comunicazioni da parte degli intermediari in relazione a eventuali trasferimenti, nonché le comunicazioni all’Archivio dei Rapporti Finanziari.

Il medesimo co. 153 della Legge di bilancio 2017, prevede, inoltre, che le attività detenute all’estero sono esenti dall’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero (IVIE) e dall’imposta sul valore delle attività detenute all’estero (IVAFE).

Dal tenore letterale di tale disposizione, non essendo prevista alcuna disposizione esentativa relativamente all’imposta di bollo, tale imposta trova applicazione nell’ipotesi in cui ricorrano i presupposti cui all’art. 13, co. 2-ter della Tariffa allegata al D.P.R. n. 642/1972.

Con riferimento alle imposte di successione e donazione, l’art. 1, co. 158, della Legge di bilancio 2017 ha previsto che per le successioni aperte e le donazioni effettuate nei periodi d’imposta di validità dell’opzione esercitata dal dante causa, ai sensi dell’art. 24-bis del Tuir, l’imposta sulle successioni e donazioni è dovuta limitatamente ai beni e ai diritti esistenti nello Stato al momento della successione o della donazione.

Ciò, in deroga al co. 1 dell’art. 2, D.Lgs. n. 346/1990 (TUS), che stabilisce che l’imposta è dovuta in relazione a tutti i beni e diritti trasferiti, ancorché esistenti all’estero se il donante o il de cuius è residente in Italia.

Ai sensi dell’art. 2, co. 1, del TUS “L’imposta è dovuta in relazione a tutti i beni e diritti trasferiti, ancorché esistenti all’estero”. Il successivo comma 2 dispone che “Se alla data dell’apertura della successione o a quella della donazione il defunto o il donante non era residente nello Stato, l’imposta è dovuta limitatamente ai beni e ai diritti ivi esistenti”.

Al comma 3 è stabilito, inoltre, che “Agli effetti del comma 2 si considerano in ogni caso esistenti nello Stato:

– le azioni o quote di società nonché le quote di partecipazione in enti diversi dalle società, che hanno nel territorio dello Stato la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale;

– le obbligazioni e gli altri titoli in serie o di massa diversi dalle azioni, emessi dallo Stato o da società ed enti di cui al punto precedente;

– i titoli rappresentativi di merci esistenti nello Stato;

– i crediti, le cambiali, i vaglia cambiari e gli assegni di ogni specie, se il debitore, il trattario o l’emittente è residente nello Stato;

– i crediti garantiti su beni esistenti nello Stato fino a concorrenza del valore dei beni medesimi, indipendentemente dalla residenza del debitore.

Ai fini della territorialità dei diritti oggetto del caso di specie, l’Agenzia delle Entrate ritiene, dunque, prevalente il criterio speciale di cui al cit. comma 3 e, pertanto, non rileva la circostanza per cui le attività finanziarie siano oggetto di un contratto di deposito titoli e strumenti finanziari tra il neo residente e l’intermediario finanziario residente in Italia, ovvero un intermediario estero che abbia una stabile organizzazione in Italia.

IRAP: aliquota per le Amministrazioni pubbliche

L’aliquota IRAP stabilita per le Amministrazioni pubbliche rimane fissa all’8,5 per cento anche nel caso in cui si realizzino le condizioni per l’applicazione degli automatismi fiscali (MEF – Risoluzione 17 febbraio 2021, n. 1/DF).

Nella risoluzione in oggetto si chiede se nelle regioni Calabria e Molise l’aliquota dell’imposta regionale sulle attività produttive – IRAP – applicabile alle Amministrazioni pubbliche sia quella dell’8,5 per cento, come affermano le regioni interpellate, o se detta aliquota debba essere anch’essa maggiorata di 0,15 punti percentuali.

Per il MEF la misura di 0,15 punti percentuali non può essere aggiunta all’aliquota dell’8,5 per cento stabilita per le Amministrazioni pubbliche alla quale non si applicano le maggiorazioni IRAP.

Accesso al Fondo Nuove Competenze per i Dirigenti – Aziende commerciali

Siglato lo scorso dicembre, tra CONFCOMMERCIO – IMPRESE PER L’ITALIA e MANAGERITALIA, l’accordo quadro nazionale per l’accesso al Fondo Nuove Competenze.

Premesso che la formazione continua rappresenta uno strumento strategico per innalzare il livello del capitale umano nel mercato del lavoro, offrendo ai lavoratori l’opportunità di acquisire nuove o maggiori competenze e di dotarsi degli strumenti utili per adattarsi alle trasformazioni in atto e, al tempo stesso, per sostenere le imprese nel processo di adeguamento dei modelli organizzativi e produttivi determinati dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, le parti concordano di condividere l’allegato modello “standard” di accordo territoriale, che dovrà essere sottoscritto dai rispettivi sistemi territoriali.
A tale accordo possono aderire i datori di lavoro che applichino il CCNL per i dirigenti del terziario, della distribuzione e dei servizi, Testo Unico 31/7/2013 e successive modifiche che, a seguito di mutate esigenze organizzative e produttive o per favorire percorsi di ricollocazione dei lavoratori, intendano rimodulare l’orario di lavoro e destinare parte di esso alla realizzazione di appositi percorsi di sviluppo delle competenze, della durata massima di 250 ore per dipendente.
Fermo restando quanto previsto dal punto precedente, è facoltà dei datori di lavoro con sede legale e/o almeno una sede o unità operativa nel territorio della Regione di  estendere i contenuti del presente accordo ai dirigenti occupati presso le sedi e/o unità produttive site al di fuori del territorio della Regione di , previa esplicita indicazione all’interno del progetto formativo e del modulo di adesione al presente Accordo.
Oggetto del piano formativo sarà il percorso di sviluppo di nuove o maggiori competenze finalizzato ad offrire ai lavoratori strumenti utili per adattarsi alle condizioni del mercato del lavoro, al contesto tecnologico in continua evoluzione e all’adeguamento del contesto organizzativo e produttivo determinati dall’emergenza epidemiologica da COVID-19.
Le attività di sviluppo delle competenze non dovranno avere una durata superiore a 250 ore per lavoratore e dovranno concludersi entro 90 giorni dalla data di approvazione dell’istanza da parte dell’ANPAL, ovvero 120 giorni nei casi in cui sia previsto il coinvolgimento dei Fondi interprofessionali.